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Smaltimento delle acque reflue di frantoio mediante trattamenti chimici e chimico-fisici

Tra questi, ha avuto un certo successo, sia pure in contesti assai limitati, il trattamento con idrossido di calcio (calce spenta, calce idrata). Questo provoca la salificazione degli acidi organici presenti e la lenta idrolisi dei trigliceridi presenti, con formazione di sali di calcio insolubili. Più importante è la salificazione degli acidi pectici che sono presenti in abbondanza nelle acque reflue di frantoio cui conferiscono la caratteristica consistenza collosa. I pectati di calcio sono anch’essi insolubili in acqua, cosicché si osserva una separazione di fasi con formazione di un precipitato nerastro (la calce promuove anche la chinonizzazione dei Polifenoli) e di un surnatante limpido e parzialmente decolorato.

Il fango calcico può essere abbancato a discarica in quanto relativamente inerte, mentre il surnatante alcalino risulta sostanziamente defenolizzato e può essere avviato a un depuratore biologico convenzionale. Il metodo presenta due aspetti problematici:

  1. La produzione di enormi volumi di fanghi calcici (derivanti dal notevole consumo di calce richiesto);
  2. La non soddisfacente inerzia di tali fanghi, potenzialmente capaci di causare danno ambientale e inquinamento laddove abbancati.

Ozonizzazione

Esperimenti su piccola scala hanno mostrato che l’ozono O3 (forma allotropica instabile e reattiva dell’ossigeno ‘normale’ O2) è in grado di attaccare chimicamente e di distruggere gran parte della componente organica delle acque reflue di frantoio, compresa la parte recalcitrante formata da Polifenoli e chinoni. L’ozonizzazione (per gorgogliamento del gas nell’acque reflue di frantoio) può essere arrestata quando analisi opportune mostrano l’avvenuta distruzione della componente recalcitrante e biocida, in modo che il fluido risultante, parzialmente decolorato e deodorato, può essere avviato dopo opportuna diluizione a un impianto di depurazione biologica convenzionale. Il metodo, per quanto efficace, non ha avuto applicazione pratica per le seguenti ragioni: a) l’ozono è instabile, tossico, ed esplosivo. Non può essere conservato né spedito a distanza, ma deve essere prodotto nello stesso sito di utilizzazione; b) la sua azione è piuttosto indiscriminata, ed essendo le acque reflue di frantoio ricchissime di sostanze organiche, il consumo del reagente è ingente e il trattamento richiede tempi lunghi; c) ultimo, ma non meno importante, l’ozono è un reagente molto costoso, e il metodo risulta decisamente antieconomico.

Ossidazione con perossido d’idrogeno

Questo metodo relativamente recente è forse risolutivo, ma non ha avuto molta fortuna, forse perché non sostenuto da adeguata opera di divulgazione e promozione. Il perossido d’idrogeno H2O2, noto comunemente come acqua ossigenata, è un forte agente ossidante che però non presenta le limitazioni di tossicità, instabilità ed esplosività tipiche dell’ozono. Viene in commercio per uso industriale in soluzione diluita al 30–35%, che può essere agevolmente trasportata e conservata per lunghi periodi senza pericolo, per poi essere utilizzata al momento opportuno. Il prezzo è decisamente inferiore a quello dell’ozono, il che spiega il gran numero di reazioni industriali che prevedono l’uso di questo reagente. L’azione del perossido d’idrogeno sulle acque reflue di frantoio è tipicamente dipendente dal pH: quasi irrilevabile a pH acidi, moderata attorno alla neutralità, molto incisiva in ambiente alcalino. Tipicamente, l’ossidante si abbina alla calce per ottenere un risultato ottimale, ossia la decolorazione e deodorazione delle acque reflue di frantoio, con separazione di fase e formazione di un fango biancastro costituito essenzialmente dall’innocuo pectato di calcio, mentre la fase superiore è costituita da un liquido chiaro e limpido, facilmente trattabile in depurazione biologica convenzionale. I chinoni scompaiono totalmente, mentre i Polifenoli si riducono a concentrazioni bassissime non più in grado di disturbare la biodegradazione. L’uso del perossido permette di diminuire drasticamente le quantità di calce richieste, e conseguentemente anche la produzione di fanghi è comparativamente modesta.